autostimaPerché scegliamo partner non disponibili. Amare chi non è libero

Perché scegliamo partner non disponibili. Amare chi non è libero

Perché scegliamo partner non disponibili. Amare chi non è libero

Perché scegliamo chi non è disponibile

Di relazione in relazione, alcune persone inseguono sempre lo stesso tipo di partner: già impegnato, emotivamente distante, difficile da raggiungere. Non è sfortuna, né casualità. Nella maggior parte dei casi dietro questo schema c’è lo stile di attaccamento, e capirlo è il primo passo per uscirne.

Il legame che impariamo da bambini

La teoria dell’attaccamento di John Bowlby parte da un’osservazione semplice: il bambino nasce con un sistema biologico che lo spinge a cercare vicinanza e protezione dalla figura che si prende cura di lui. Dal modo in cui quella ricerca viene accolta, il bambino costruisce i suoi modelli interiori dell’amore:

sono degno di essere amato?

Posso fidarmi dell’altro?

L’affetto si ottiene lottando o arriva spontaneamente?

Mary Ainsworth dimostrò che questi modelli si organizzano in pattern precisi: sicuro, ansioso, evitante  e, nei casi più complessi, disorganizzato. Ciò che costituisce un vantaggio per le relazioni adulte è che questi stili non scompaiono con l’infanzia: nel 1987 Cindy Hazan e Phillip Shaver mostrarono che l’amore romantico funziona come un vero e proprio processo di attaccamento, e che i pattern infantili si ritrovano quasi identici nel modo in cui da adulti viviamo coppia, gelosia, vicinanza e distanza. Amir Levine e Rachel Heller hanno reso popolare questa ricerca, coniando l’espressione “trappola ansioso-evitante“.

L’attaccamento ansioso: quando l’attesa sembra passione

Chi ha uno stile di attaccamento ansioso porta spesso alle spalle un accudimento imprevedibile: una figura presente a volte, distante o distratta altre volte. Da lì un modello interiore che collega l’amore all’incertezza e alla necessità di meritarsi l’attenzione dell’altro. Nella coppia adulta questo schema si attiva con l’iperattivazione: monitoraggio costante, pensiero ossessivo, bisogno di rassicurazione, proteste, fughe e rientri.

Per chi vive con questo schema, un partner non disponibile paradossalmente non è una controindicazione: è un candidato ideale. La sua distanza riattiva esattamente il meccanismo che si conosce da una vita. La tensione costante e il bisogno di conquistare vengono vissuti come passione, mentre una disponibilità serena viene letta come mancanza di scintilla. Aggiungiamo due meccanismi potenti: il rinforzo intermittente — l’attenzione del partner, quando arriva, arriva a sorpresa, e come tutte le ricompense imprevedibili crea dipendenza e l’autostima contingente: vincere l’amore di qualcuno indisponibile dà una sensazione temporanea di valore personale: forse valiamo davvero qualcosa.

E chi fugge? Il lato evitante

Qui sta la precisazione spesso trascurata: anche persone con attaccamento evitante o disorganizzato cercano partner non liberi, ma per la ragione opposta. Per chi evita, un partner non disponibile garantisce che la relazione non diventi mai davvero intima: c’è la coppia in apparenza, ma con un tetto di sicurezza che impedisce l’inglobamento. Chi teme di essere sommerso sceglie, senza saperlo, persone che non potranno mai chiedergli tutto.

Il lato disorganizzato: quando cercare e fuggire convivono

C’è infine lo stile più complesso, quello che Mary Main e Judith Solomon hanno chiamato attaccamento disorganizzato: nasce quasi sempre da esperienze precoci in cui la figura che doveva proteggere è stata, insieme, fonte di affetto e di paura. Da quella contraddizione originaria nasce un paradosso interiore: la persona cerca contemporaneamente la vicinanza dell’altro e ne ha paura, desidera essere amata e teme di esserlo.

Nelle relazioni adulte questo schema si manifesta con reazioni che sembrano contraddirsi: un bisogno intenso di contatto seguito da un ritiro improvviso, un legame che accende e spegne, attaccamento e distanza nello stesso giorno. Chi vive con questo stile spesso sceglie anche lui/lei partner non disponibili, ma per una ragione che unisce le due dinamiche precedenti: la non disponibilità dell’altro conferma sia il desiderio («è la persona che mi manca») sia la paura («tanto non potrà mai ferirmi davvero, perché non si avvicinerà mai abbastanza»). È lo stile in cui il cuore insegue e si ritira nello stesso istante, e in cui il lavoro terapeutico richiede più tempo, perché deve costruire prima di tutto una sicurezza di base che non c’è mai stata.

Come orientarsi allora?

Il criterio pratico non è la scelta del partner, ma la reazione alla sua non disponibilità.

Se prevale la ricerca ossessiva e la protesta, la componente è ansiosa.

Se prevale un sollievo nascosto, “tanto non poteva funzionare”, e il bisogno di allontanarsi quando l’altro si avvicina, è evitante.

Se le due reazioni si alternano in modo caotico, è disorganizzato.

E nella vita reale la combinazione più frequente è la trappola ansioso-evitante: una persona ansiosa ne incontra una evitante, e la dinamica si rinforza da sola, ognuna conferma, in un circolo perfetto, la paura dell’altra.

La compulsione alla ripetizione

La psicoanalisi chiama questa tendenza compulsione alla ripetizione: la spinta a riproporre situazioni dolorose, di relazione in relazione, nell’attesa di vincerle questa volta. Bowlby stesso osservò che i modelli interiori tendono a autoconfermarsi: chi crede che “l’amore si ottiene lottando” seleziona, senza accorgersene, proprio i partner che rendono vero quel pensiero. Ma le situazioni si ripropongono, e la ferita non si chiude: si rinnova.

La buona notizia: si può cambiare

Lo stile di attaccamento non è un destino. I modelli interiori si aggiornano attraverso l’esperienza relazionale: la ricerca parla di attaccamento sicuro acquisito quando una persona con una storia insicura arriva, con il tempo, a una stabilità simile a quella di chi è cresciuto in sicurezza. La psicoterapia è uno dei percorsi più efficaci per costruirlo: la relazione terapeutica offre un’esperienza di accudimento affidabile che aggiorna i vecchi modelli nella pratica, e non solo nella comprensione.

Il lavoro passa per tre passi.

Primo: riconoscere la propria strategia, iperattivazione o deattivazione, nel momento in cui si attiva, e non solo a posteriori.

Secondo: tradurre i comportamenti di protesta in richieste dirette, dire “ho bisogno di sentirmi rassicurato” invece di ingelosire o sparire.

Terzo: imparare che la scintilla non è un indicatore di compatibilità quando corrisponde all’attivazione del proprio schema, e che la disponibilità, in un partner, non è noia: è il terreno dove qualcosa può davvero crescere.

Dott.ssa Loredana Luise

Per saperne di più

Bowlby, J. (1969). Attaccamento e perdita, Vol. 1: L’attaccamento alla madre. Bollati Boringhieri.

Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of Attachment. Erlbaum.

Hazan, C., & Shaver, P. (1987). Romantic love conceptualized as an attachment process. Journal of Personality and Social Psychology, 52(3), 511-524.

Levine, A., & Heller, R. (2010). Attached. Penguin. (trad. it. Attaccamento, Feltrinelli).

Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2007). Attachment in Adulthood. Guilford Press.

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